Colori d'autunno - San Martino del Carso
Erano mesi che pensavo a questa missione sul Carso.
Ho ricordi bellissimi di questo territorio che, nel periodo autunnale, offre scorci di rara bellezza, legati alle splendide sfumature di rosso, giallo, arancione del Scotano (Cotinus coggygria) chiamato anche albero della nebbia per via degli eleganti pennacchi bianchi che, come sbuffi di vapore, fuoriescono dal cespuglio.
Una varietà e eleganza cromatica rara. Senz'altro uno dei più suggestivi foliage in Italia e nel mondo.
Geograficamente parlando, ci troviamo in Friuli Venezia Giulia, tra Gorizia e Trieste.
Il mare è vicino pochi chilometri, tanto più che il Carso offre suggestivi scorci sul Golfo di Trieste e sulla vicina Laguna di Venezia.
Pochi sanno però che il clima qui è continentale, tipico di una zona di media montagna, con specie vegetali e animali caratteristiche di questa fascia altitudinale.
È facile, camminando lungo uno dei tanti sentieri che lo attraversano, essere sorpresi dal canto in volo di un picchio nero che si sposta da una macchia di pini neri all'altra.
Il Carso è una continua sorpresa, anche per chi, come me, lo frequenta da tantissimi anni.
Per questa particolare "montagna", volevo scoprire un posto nuovo, rispetto a quelli che già conoscevo, un luogo che in sè potesse racchiudere, la bellezza del paesaggio, la varietà degli aspetti vegetazionali, il ricordo del passato.
Un passato che qui riemerge quasi ovunque. E in particolare nelle vecchie trincee di guerra,  sapientemente riportate alla luce e restaurate da centinaia di volontari e appassionati e dalle Pubbliche amministrazioni che, almeno per una volta, hanno intuito l'importanza della memoria unita alla valenza turistica e naturalistica di questi luoghi.
Così, dopo un paio di giorni di sopralluoghi, la mia scelta è caduta su una delle cime più combattute durante la prima guerra mondiale, il Monte San Michele, quasi 300 mt sul livello del mare.
Da qui il paesaggio è incantevole, con scorci fantastici sul Mare Adriatico e distese quasi infinite di alberi della nebbia.
Con una tale abbondanza di soggetti fotografici realizzare delle immagini non banali è sempre molto difficile, ma  anche dietro ad un'apparente confusione molte volte si cela un ordine quasi perfetto.
È ormai sera e gli ultimi raggi di luce filtrano tra i rami di un pino nero illuminando dolcemente le foglie variopinte dei cespugli che sto inquadrando.
Sul sentiero che mi riporta verso la macchina ritornano alla mente i versi di Ungaretti, che proprio a questa zona, ha dedicato una struggente poesia.

San Martino del Carso

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato


 

Il vento spira forte da sud-ovest da ieri e spinge scie di nuvole soffici come zucchero filato dalle vette più alte verso  quote medie, la’ dove il fitto manto di boschi si interrompe per lasciare spazio a verdi radure rigogliose, frequentate da pochi animali domestici e da una ricca popolazione di ungulati: caprioli, cinghiali e qualche cervo. 
Le candide scie di nuvole mi convincono, decido di fare proprio qui un tentativo al tramonto, quando la luce calda potrebbe colorarle. Il crinale, d’altra parte, è avvolto da una fitta coltre e non lascia speranze per oggi. 
Nel tardo pomeriggio, in compagnia delle guide, ci dirigiamo speranzosi verso il luogo prescelto, ma il tempo sta cambiando, il vento, teso e forte fino a poco tempo prima, cala d’intensità: mentre ci avviciniamo, delle belle nuvole che strisciavano sopra i fianchi morbidi della montagna non v’è più traccia, il sole prevale e solo grandi cumuli bianchi restano sospesi, alti e immobili, nel cielo. Le mie previsioni si sono rivelate sbagliate, non sembra questo il posto giusto stasera.
Ma ormai è fatta, non c’è più tempo per cambiare e allora con i forestali Giulio e Paolo avanziamo sul sentiero che ci porterà verso un bel poggio erboso, un luogo panoramico, da dove la vista spazia sul paesaggio ampio, avvolto dalla luce del tardo pomeriggio. 
Pazienza per le nuvole sparite, speriamo comunque in un bel tramonto e poi ci sono pur sempre gli animali. Mentre camminiamo sorprendiamo un gruppo di una trentina di cinghiali, femmine adulte con i piccoli. Pascolavano nell’erba e sono fuggiti rapidi verso l’intrico della vegetazione al nostro avanzare, con i piccoli che si intravvedono appena correre saltellando, affannati, tra le alte erbe mentre cercano di seguire da vicino gli adulti. 
“Stasera spero di vedere un cervo” dice Giulio ed io replico che mi sarei accontentato di tre lupi, così, tanto per dire. 
L’aria è mite, calma ed è bello sedere e godersi tranquilli l’attesa dopo giorni e giorni di alzatacce e lunghe scarpinate su pendii ripidi. Per prudenza e abitudine parliamo a bassa voce, poi ognuno trova un posto preferito dove sedersi e aspettare. Siamo a poca distanza l’uno dall’altro, ho montato il teleobiettivo e lo tengo pronto, penso tra me e me che un capriolo ambientato in quel paesaggio non sarebbe niente male. Rilassato aspetto e cerco di immaginare come apparirebbe  un capriolo se sbucasse nel posto giusto. 
Il tempo scorre e non succede niente di particolare, ogni tanto sento le voci basse di Giulio e Paolo che conversano, ma non posso vederli. 
Sono le otto passate quando, all’improvviso, Giulio striscia nell’erba alta verso di me e, eccitato, sibila a voce bassa e controllata: c’è un lupo! Indica il versante opposto e scompare. Mi alzo seguendo l’istinto, ma penso che stia scherzando, non ci penso proprio che possa essere accaduto davvero. 
I due lupi sono invece proprio lì, al centro della grande radura, uno ci guarda. Incredibile. 
Sono a duecento metri da noi, non certo vicinissimi per il mio corto tele, ma perfettamente visibili nella luce calda e limpida. Scatto istintivamente mentre i due predatori si spostano, si fermano, ci guardano di nuovo e poi, dopo attimi interminabili, corrono decisi al riparo della faggeta e scompaiono alla vista. 
L’eccitazione è quella delle grandi occasioni: ancora increduli, ci scambiamo sorrisi e sguardi soddisfatti mentre commentiamo l’accaduto. Paolo li ha visti per la prima volta, per me non è certo così, ma questo incontro durante una missione per L’Altroversante assume un valore particolare, lo considero un segnale positivo e un buon auspicio. 
E poi oggi è il 27 giugno, e domani il giorno del mio compleanno. Non potevo certo aspettarmi regalo migliore.




La sveglia come al solito squilla presto, troppo presto. Un veloce caffè e si parte, ancora mezzi addormentati. Per una volta, tutti e tre insieme. Io, Luciano e Maurizio ci troviamo a camminare in fila indiana lungo la strada di montagna. Ad ogni tornante questa sembra diventare sempre più ripida e il ritmo affannato del respiro diventa quasi ipnotico, facendoci chiudere ognuno in sé stesso. Dopo due ore di passi ritmati, affanno e silenzio, siamo sull'altipiano. È ancora buio ma il cielo sereno e la poca nebbia fanno presagire un'alba cristallina e dalla luce piatta. Peccato, nonostante il grande sforzo non c'è proprio quell'atmosfera che cercavamo per questo angolo poco noto delle Dolomiti!

Il freddo è pungente e a terra un sottile strato di brina ricopre tutto. Aspettiamo la prima luce per scattare qualche immagine e io sospiro immaginando la piana davanti ai nostri occhi ricoperta di nebbia o neve: sarebbe stata una gran foto! Ma non ci si perde d'animo e tutti iniziamo a inquadrare il paesaggio davvero particolare di questa piana "appenninica" sbattuta nel cuore delle Alpi. Quando il sole sorge, il tepore dei suoi raggi è piacevole, ma la luce, ancora una volta, è piuttosto ovvia e poco attraente.

Io e Maurizio abbiamo un lungo viaggio che ci aspetta, per rientrare nelle rispettive regioni del Centro Italia, e iniziamo a pensare di mettere via l'attrezzatura e scendere all'auto. Eppure, insoddisfatti, continuiamo a scandire il paesaggio per cercare un'inquadratura che dia giustizia al luogo. E così, affetto per un attimo da "fotofobia", inizio a guardare con attenzione nelle zone in ombra, lontano dalla luce. Così mi accorgo di questa zona di doline carsiche che si estende alla base di un pendio montano. La luce rifratta e la brina che permane danno un tono azzurro alla scena, mentre la lingua di un ghiaione ha un colore più caldo. Inizio a scattare, stringendo l'inquadratura con l'obbiettivo più lungo che ho con me e le immagini iniziano a piacermi. Faccio appena in tempo a trovare la composizione giusta che il sole arriva anche qui e riempie il mio obbiettivo di luce e riflessi, facendo scomparire la fredda magia.





Luglio. Non c’è niente da fare, l’estate è in fondo alla mia lista delle stagioni. Amo l’inverno, ho dedicato un libro intero all’argomento, ma non è per presa di posizione che trovo l’estate poco interessante. Ci sono dei dati oggettivi, dei motivi incontestabili. Quando trovate cieli costantemente sereni, piatti, afa e foschia, tutti elementi che non aiutano certo a scattare foto mozzafiato, direi nemmeno decenti? 
E poi il caldo e la fatica della salita, i vestiti zuppi di sudore, che vanno subito cambiati quando arrivi in cima, per poi ritrovarseli  dopo poco esattamente come prima.
Ma l’Altroversante è un progetto ambizioso, le missioni in programma sono tante, e così è inevitabile che qualcuna debba essere fatta in questa stagione. Cerco di consolarmi così mentre guardo il cielo sereno, il velo denso di foschie che nasconde i profili dei monti verso la pianura padana dall’alto del crinale dell’Appennino Tosco-Emiliano, sul quale cammino in cerca di ispirazione. 
Ma la frustrazione strisciante non si placa.  La sensazione di trovarsi davanti ad un bel paesaggio di verdi pendii ripidi ricoperti di incredibili distese di mirtilli, ammantati da boschi rigogliosi, punteggiati da una varietà di laghi e laghetti lasciati in eredità da antichi ghiacciai e trovare il tutto sotto un cielo senza una nuvola, con una luce sempre troppo dura, eccessiva, sta facendomi perdere la fiducia. Sento la voglia di sfogarmi un po' e parlo di questo  con Roberto e Giuseppe mentre camminiamo sul crinale del Monte Prado. Sono le mie brave guide e assentono, ma senza troppa convinzione, si vede che godono del vento e della “splendida” giornata soleggiata, come  biasimarli?
Siamo arrivati in netto anticipo sul tramonto e così mentre loro si rilassano, lasciato lo zaino a terra, faccio un giro esplorativo per trovare l’angolo migliore per la sera. Qualche nuvoletta sparuta si vede sopra al profilo del Cusna, chissà che non regga fino al calare del sole e si tinga di rosa. 
Le ore passano, si fa sera e, inaspettata,  arriva la sorpresa:  il “marino”, così lo chiamano quassù, un vento da sud-sud-ovest aumenta d’intensità e nuvole sottili cominciano a formarsi sotto i nostri occhi sospinte a gran velocità lungo i pendii. Sono esili, sparute, poco più che sbuffi di vapore all’inizio, ma poi mano a mano che passa il tempo aumentano di volume, fino a diventare nebbia intensa che tutto copre, annullando il paesaggio. A questo punto il mio umore cambia, repentino, come il tempo. Siamo in prossimità del tramonto e, se la nebbia si attenuasse, le possibilità di una vera foto da Altroversante si farebbero concrete. Ora sono in attesa trepida e l’adrenalina comincia a scorrere quando vedo che la nebbia, a tratti, si dirada davvero. Il vento è forte, le raffiche improvvise e anche se il treppiede è ben piazzato, non si sa mai, meglio cercare di stabilizzarlo ancora di più. Chiedo a Roberto di aiutarmi a tenerlo fermo con le mani, e’ freddo e gli  presto volentieri i miei guanti. Il suo aiuto è prezioso e generoso, apprezzo assai la sua collaborazione. Con la coda dell’occhio mi accorgo che alle nostre spalle Giuseppe, sorridente, sta iniziando a scattare col telefonino.
Nel momento cruciale si creano varchi nella nebbia, il paesaggio appare e scompare, mentre il flusso delle nuvole cambia, mutevole come non mai. Ora appare nitida una cima, ora un’altra. Tutto è giallo e rosso, ogni foto diversa, mentre scatto veloce e i tempi lunghi d’esposizione sfumano le nuvole in movimento. Scatto e sono eccitato, controllo in fretta il monitor, scambio battute a voce alta con Roberto, anche lui coinvolto dallo spettacolo e dal mio entusiasmo, e mi chiedo, in gran segreto, se sia il caso di cambiare opinione sull’estate.


Torrioni di terra, sovrastati da massi di porfido, che svettano sopra gli alberi, sfidando le leggi della gravità. Le piramidi di Segonzano, nella Val di Cembra in Trentino, sono in assoluto uno dei luoghi più stupefacenti che io abbia avuto la fortuna di visitare in Italia. L'azione combinata dell'erosione dell'acqua su depositi morenici lasciati da antichi ghiacciai e il peso dei massi che ha compattato la terra sottostante è all'origine di queste bizzarre e affascinanti sculture naturali. Questa è la spiegazione geologica, ma certo non stupisce il fatto che fino a qualche decennio fa, le persone ne attribuissero la nascita al diavolo piuttosto: sembrava impossibile altrimenti spiegare l'esistenza di questi enormi funghi terrosi. 

Sebbene siano il vanto e il fiore all'occhiello del paese di Segonzano, che giustamente ne va fiero, queste piramidi stanno lentamente scomparendo. Il tempo che scorre, i capricci del clima, il recupero della vegetazione sono tra i tanti fattori che contribuiscono al loro degrado. Non c'è tempo da perdere, quindi, se volete vedere di persona queste meraviglie della natura italiana!

Consapevole di tutto questo, durante la mia seconda missione in Trentino, nell'Ottobre 2015, sono arrivato a Segonzano con il desiderio di creare un'immagine diversa, fresca e forte allo stesso tempo, che onorasse l'unicità di queste piramidi e facesse quasi percepire all'osservatore la vertigine di trovarsi al loro cospetto.

Muoversi in questa zona però non è affatto sicuro. Il terreno è franoso e assai instabile. È assolutamente vietato (e a ragione!) abbandonare le passerelle e le paratie costruite allo scopo di visitare l'area e che permettono di ammirare in sicurezza i torrioni, ma che non permettono di variare molto l'inquadratura e, se vogliamo, privano un po' dell'ebbrezza di guardare nel vuoto... Come risolvere tutto ciò? Devo ringraziare l'esperienza e l'intuito del caro Daniele Lira, fotografo trentino d'eccezione, alpinista e mia guida preziosa in questa missione. Egli mi ha proposto di assicurarmi con delle robuste corde d'arrampicata per permettermi di sporgermi nei pressi di una delle piramidi più famose per inserire nella composizione anche la voragine alla sua base. L'obbiettivo grandangolare utilizzato ovviamente ha accentuato questa prospettiva. Il tocco finale è stato fotografare nel momento esatto in cui i primi raggi del sole al mattino hanno raggiunto il vertice della piramide. 
Volevo una foto in cui i toni caldi dell'arenaria illuminata e del bosco autunnale contrastassero con la luce azzurra delle zone d'ombra. Essere al posto giusto nel momento giusto è una delle regole d'oro della fotografia e non ha nulla a che vedere con la fortuna: nei giorni precedenti avevo già esplorato a fondo l'area appuntando visivamente gli scorci più interessanti e l'orario migliore in cui effettuare poi le riprese.


Giovanni, l'esperto e competente guardiaparco sta guidando la jeep su una strada di cava, di pendenza incredibile. L'auto avanza lentamente in mezzo alle nuvole. Tutto intorno è nebbia. Sono preoccupato di questo inizio missione nelle Alpi Apuane, in Toscana. Le previsioni per i giorni successivi non sono assolutamente confortanti. Poco prima della nostra destinazione, due ombre attraversano veloci la rotabile e si fermano un attimo ad osservarci.
Sono due mufloni, mamma con piccolo, che dopo pochi secondi spariscono nel bianco. Parcheggiamo e a piedi ci incamminiamo verso l'Antro del Corchia, il sistema carsico sotterraneo più esteso in Europa con più di 70 km di gallerie e pozzi, scoperti grazie ad anni di esplorazione geologica. Molto più facilmente, io e Giovanni, sfrutteremo il percorso turistico aperto dal Parco circa 5 anni fa e che si snoda nel cuore della montagna per circa 2 km. Avrò il privilegio di avere tutto il percorso appositamente aperto ad-hoc solo per me e per le immagini che andrò a realizzare per l'Altro Versante.

Non ci sono parole e immagini che possano descrivere quello che si può vedere al suo interno. Anche Giovanni pur essendo stato qui diverse volte, pare a momenti rapito dalla forza e dalla bellezza che stiamo incontrando. Usciamo dopo circa tre ore, per me di frenesia fotografica, per Giovanni di paziente attesa. Fuori la nebbia sta pian, piano dissolvendosi, lasciando posto alle ultime luci che finalmente mi fanno vedere la montagna "vuota" anche nel suo profilo esterno. Rifacciamo il percorso al contrario, in discesa, e ci dirigiamo verso un punto in cui le torri del Corchia, si dovrebbero incendiare incrociando gli ultimi raggi del sole. Giovanni, mentre faccio i primi scatti, mi dice che in quei frangenti somigliano un po' alle Dolomiti...





Il paesino di Pierosara nel Parco regionale delle Gole della Rossa, Marche

Nel marzo del 2014, con la prima missione nel Parco Regionale delle Gole della Rossa nelle Marche,  ho iniziato il mio percorso per il progetto L’Altroversante. Entusiasmo alle stelle, voglia di fare e di scoprire. 
Ora, dopo due anni abbondanti, provo a guardare indietro, a fare un bilancio, anche se parziale, perché il lavoro non è ancora terminato e altre missioni mi aspettano.
Ho visitato molti luoghi, alcuni conosciuti e frequentati altri più piccoli e meno noti. 
Ho conosciuto molte persone che in quei luoghi vivono e lavorano: direttori dei parchi, funzionari, guardaparco, pastori, ricercatori. Parlando sono emersi passione, preoccupazioni, problemi e speranze che mi hanno fatto conoscere aspetti più profondi dell’ambiente dove queste persone operano, luoghi che io non conoscevo prima e che ho potuto visitare grazie a l’Altroversante.
Un’esperienza umana che mi ha arricchito e che ha reso evidente l’interazione tra uomo e natura, che da sempre ha contribuito a modellare e trasformare il paesaggio. Purtroppo non sempre nella maniera migliore, ne abbiamo parlato un po' tutti noi tre fotografi nei nostri blog. Forse troppo poco, soprattutto per quanto mi riguarda. Ritengo che, non essendo il nostro un lavoro di denuncia, il messaggio che dobbiamo trasmettere debba essere positivo; il catastrofismo ottiene sempre  il risultato di provocare indifferenza e fatalismo. Ma non si possono tacere i problemi che esistono e che sono palesi. Certe ferite inferte in luoghi incantati rimangono impresse, non si dimenticano e rendono evidente come le battaglie per la difesa dell’ambiente contro indifferenza, inciviltà, ignoranza, interessi oscuri andranno avanti per tanto tempo ancora.
Ma la bellezza prevale in tanti dei luoghi visitati, è lì  a disposizione di chi vuole coglierla ed è questa consapevolezza che deve risvegliare in noi la voglia di andare a vederla, di toccarla con mano e di difenderla, se necessario.
Quando penso ai luoghi fotografati, mi tornano più spesso in mente quelli piccoli, appartati, poco conosciuti. Non che non apprezzi la spettacolarità delle grandi montagne alpine e appenniniche, ma forse mi viene più facile connettermi con quelli mai visitati prima o di cui ignoravo perfino l’esistenza, perché risvegliano in me stupore e sorpresa e stimolano la mia voglia di esplorare. Penso alle Gole della Rossa, con le sue grotte, le grandiose pareti calcaree, le valli boscose appartate e silenziose, anche se poste a poca distanza da strade, ferrovia, cave. In Sicilia l’altipiano di Argimusco con i suoi megaliti dai profili inquietanti, il canyon di Cavagrande del Cassibile negli altipiani iblei, dove natura e testimonianze storiche si fondono in un connubio perfetto. ll Bosco di Sasseto nel Lazio, con i suoi alberi monumentali e le atmosfere senza tempo. 
Insomma il bilancio è positivo e, pur nelle inevitabili difficoltà connesse alla realizzazione di un progetto complesso e ambizioso, l’entusiasmo non è calato. 
Nuove missioni e nuove esperienze all’orizzonte quindi, per dare una visione la più completa possibile dello straordinario, variegato paesaggio delle montagne italiane. Un patrimonio comune di valore inestimabile, apprezzato il tutto il mondo, da conoscere ed amare.









L’Altro Versante ospite per il « TEDx 2016 - make it possible".

 Si è tenuto recentemente a Novara l'edizione 2016 di questo prestigioso evento, con il nostro Bruno D’Amicis tra gli speaker invitati dagli organizzatori per raccontare « dalla viva voce di chi ha affrontato una sfida e ha trasformato un’idea in realtà, quali percorsi, emozioni, sinapsi e stupori accompagnano il cammino degli audaci ».

scoprite qui il video del suo intervento
https://www.youtube.com/watch?v=QhUZj7tRVzM